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Scritti quotidiani

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La copertina del libro La copertina del libro
Federico Caffè “Scritti quotidiani”, Manifestolibri, Roma 2007, pp 160, euro 7,90

La recensione di Daniele Salvi

Questa raccolta di articoli è ricca di spunti attualissimi e di particolarità. Tra essi, nel tentativo di invitare alla lettura e alla conoscenza della figura di Federico Caffè, economista di prestigio scomparso misteriosamente, vorrei prendere le mosse da quel famoso articolo del 1982 dal titolo “La solitudine del riformista”, tante volte citato e sempre stimolante.

Sono passati venticinque anni da quando quelle righe furono scritte e se allora il punto di confronto di Caffè, che aveva colto tutta la portata della rivoluzione liberista avviatasi già dalla metà degli anni Settanta, era la sinistra che continuava ad immaginare l’alternativa di sistema, oggi possiamo dire che la situazione appare ribaltata.

Dopo l’89 e nel corso degli anni Novanta il rischio che ha corso la sinistra democratica è stato quello di uno schiacciamento acritico sul “pensiero unico” neoliberista, mentre tutti i tentativi di proporre alternative di sistema apparivano e appaiono improponibili.

La storia è fatta di grandi cesure e quella dell’89 ha prodotto un cambio del paradigma dentro cui tuttora si gioca la dialettica destra-sinistra. Un paradigma sostanzialmente confermato, sebbene alla retorica del privato e del mercato come unici garanti dell’efficienza tipica degli anni novanta, in particolare dopo il 2001, si siano sovrapposte in modo contraddittorio, alimentate da destra ma non solo, visioni neonazionali, protezioniste e corporative.

“Tutti si dicono riformisti”, è la critica più frequente che si rivolge al riformismo, che è essenzialmente costitutivo della sinistra, qualora appunto sia inteso come rigore dell’analisi e concretezza della proposta, ispirata all’idea di una democrazia progressiva. Da ultimo anche i compagni di Rifondazione, alle prese con la durezza del governare, stanno annusando il termine più antipatico.

Sono stati riformisti a modo loro la DC, il PCI, il PSI, ma ciò non impediva ad un uomo come Caffè di sentire la “solitudine”; è stato riformista l’Ulivo del ’96, ma ciò non ha impedito che con la sconfitta del 2001 individuassimo nel “riformismo dall’alto” o “senza popolo” il limite della nostra azione di governo.

Oggi che siamo tornati al governo e stiamo dando vita al Partito democratico per unire le culture e le tradizioni del riformismo diciamo di volere dare al riformismo il suo popolo e auspicabilmente un pensiero nuovo per il nuovo secolo.

In fondo nel paese dove storicamente è stato difficilissimo dirsi riformisti senza sentirsi una minoranza, salvo oggi abusarne, è ancora alla condizione esistenziale di Caffè, a quella “solitudine”, che la politica più avveduta cerca di dare una risposta.

by Barbara Temperilli last modified 05-06-2007 14:29

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