Antologia delle opere di Antonio Gramsci
Recensione sull’antologia delle opere di Antonio Gramsci edita da L’Unità
Ora che il toto-Pantheon è archiviato vale la pena segnalare la bella antologia di scritti gramsciani che è stata recentemente distribuita con l’Unità, curata da Antonio A. Santucci (A. Gramsci: “Le Opere. Antologia”, L’Unità-Editori Riuniti, Roma 2007, euro 7,50). Una raccolta di scritti che vanno dagli articoli giovanili sull’ Ordine Nuovo, alle lettere al PCUS e a Togliatti, fino ai Quaderni dal Carcere, di cui vengono selezionate pagine ancora molto attuali.
Questa antologia è un testo agile per conoscere Gramsci nel settantesimo della morte e da portare con sé oggi che decidiamo di dar vita al Partito Democratico. Tante chiacchiere, ma credo che leggere questo classico del pensiero, acutissimo interprete della nazione italiana, studiarlo, sia oggi ancora più importante, se vogliamo dare spessore ed attualità alla stessa operazione politica che intraprendiamo. Essa, se di un vizio sta soffrendo, vizio che rischia di farla fallire, possiamo dire che sia quello della pigrizia, che non la fa vivere e sentire innanzitutto come una grande operazione culturale, dove la cultura, come voleva Gramsci, faccia tutt’uno con praxis.
Personalmente non mi sono formato sui suoi testi, tranne per una breve parentesi giovanile leggendo un’altra antologia di scritti (A. Gramsci: “La formazione dell’uomo”, a cura di Giovanni Urbani, Editori Riuniti, Roma 1967), tuttavia leggendo questa raccolta molti nodi concettuali e possibili rimandi hanno affollato la mia mente e devo dire che proprio l’originalità asistematica del pensiero del nostro, che cela però un’intima coerenza filosofica, è la cosa che più stimola l’interrogazione.
Tre punti soltanto vorrei segnalare, senza la pretesa di svilupparli e consegnandoli ad un’occasione, se mai ci sarà, di possibile scandaglio critico e filologico.
Il primo: Gramsci è ancora attuale per quella sua battaglia senza esclusione di colpi contro ogni idea schematica, contro ogni preteso automatismo e meccanicismo applicato alla storia e alle faccende umane; contro ogni sciocco determinismo, ma senza alcuna sottovalutazione del concetto terribile della “necessità” e della sua implicazione altrettanto terribile con quello di “libertà”. In epoca in cui i media e le riviste di gossip ci insegnano che persino negli innamoramenti agiscono impercettibili particelle che determinano gli accoppiamenti, oppure che ogni pensiero o emozione umana è determinata da un certo gene o dalla seguente reazione chimica, confrontarsi con una critica corrosiva di un positivismo di ritorno non può che farci bene e forse può aiutarci ad evitare una reazione irrazionalistica, di cui mi pare non manchino tracce evidenti ed allarmanti.
Il secondo: la filosofia della praxis nella versione gramsciana è “la concezione storicistica della realtà, che si è liberata da ogni residuo di trascendenza e di teologia anche nella loro ultima incarnazione speculativa”; è la filosofia della “terrestrità assoluta”, che da un alto sembra assolvere se stessa in quanto metodo dell’analisi concreta del dato concreto, ma dall’altro, in quanto immanentismo radicale di teoria e prassi, di cultura e storia, di pensiero ed azione, è il giudice più impietoso di se stessa. Gramsci era uomo del cambiamento consapevole, illuminanti le sue lettere sulla situazione russa e l’idea di un pensiero che anche dal carcere possa a suo modo agire, non della resistenza o della testimonianza asfittiche.
Il terzo punto, che sta a mio avviso a fondamento della suddetta concezione filosofica, è la sua tematizzazione del concetto di uomo: “che cos’è l’uomo?”, la domanda kantiana è per Gramsci quella essenziale. Qui c’è un terreno forse poco esplorato, da cui invece tutto il resto deriva. L’antropologia gramsciana avrebbe bisogno oggi più che mai, nel momento in cui s’incontrano culture che egli giudicava molto distanti tra loro, quella appunto di cui la filosofia della praxis era espressione e quella cattolica, di uno scavo concettuale adeguato, che colga gli esiti a me pare quasi sartriani della sua concezione della “personalità” e della “storicità” dell’indivduo, ma che sarebbe sicuramente interessante affrontare per i raffronti e le implicazioni che potrebbe avere. Non si tratta di stabilire se abbia ragione l’una o l’altra impostazione, né di tentare di conciliarle, ma semplicemente di riprendere il filo di un ragionamento che, proprio perché va a misurarsi con i fondamenti, può contribuire davvero all’elaborazione di una solida cultura politica. Ma qui rischiamo di divagare e mi ero promesso di non farlo…